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Il racconto della sua esperienza di Rosalia Sorce

Aiutiamoli a vedere... il futuro

L'azzurro del cielo contrasta e, nello stesso tempo, si armonizza con le immense distese verdi, il tutto avvolto da un clima tropicale.
L'aria è pura e la sera un immenso cielo stellato sovrasta, imponente, un paesaggio da sognare durante la vita frenetica della città.
Ma basta prestare un attimo di attenzione in più per accorgersi che in questo paradiso terrestre, tra tanti fiori, ci sono tante, tantissime spine!
Grandi occhi che ti guardano, occhi senza età e senza sesso accomunati da un palese, chiaro messaggio: rassegnazione e richiesta di aiuto.
Un vertiginoso carosello di volti e di colori confonde chi arriva a Bubanza, villaggio nel cuore del Burundi, piccolo e dimenticato stato dell'Africa centrale.
Da subito ci si trova al cospetto di realtà tanto intense da non trovare le parole per esprimerle: il dolore, la malattia, la guerra, la povertà, l'ingiustizia.
Il soggiorno a Bubanza, organizzato dal Segretario Generale della F.I.M.A. Onlus (Fondazione Italiana Medici per l'Africa Onlus), Colonnello Giovanni Catelli, ha coinvolto una piccola equipe di medici che ha prestato la propria opera di consulenza per diversi giorni: un dermatologo, Luca Muscardin, un ortopedico, Prof. Vincenzo Monti, Presidente della Fondazione stessa, due oculisti, Vittorio Picardo, voce e volto ben conosciuti in Italia e me stessa. Strutturalmente l'ospedale di Bubanza è valido: 150 posti letto, zanzariere alle finestre, un pronto soccorso, una sala operatoria funzionante (e una in fase di organizzazione), una farmacia, un laboratorio di analisi, diversi ambulatori:.....ma un solo medico!
Suor Maria Vianney, coadiuvata da diversi infermieri, fa di tutto: dal ginecologo all'ortopedico, dal chirurgo al dermatologo. La sua giornata non finisce mai perché l'urgenza è sempre in agguato: quella piacevole, la nascita di un bimbo e quella triste, i feriti di una guerra civile senza sosta.
Nelle corsie, affollate, coesistono le diverse patologie: dalla lussazione d'anca al carcinoma dello stomaco, dalla partoriente al ferito d'arma da fuoco (perché qui sparano!).
Oltre ai degenti sono "ricoverati" anche i parenti: cioè, la struttura sanitaria non provvede al vitto dei pazienti al quale, invece pensano i parenti usando le cucine dell'ospedale.
Di contro una vegetazione rigogliosa fa da scenario alla sofferenza; nel giardino dell'ospedale troneggia una composizione di palme, banani e alberi da frutta tropicali che, alternati a fiori colorati rosa, giallo, rosso, bianco, viola, formano una sorta di disegno, una scultura offerta dalla natura.
Tra il verde passeggiano uomini senza gambe (perse per sparatorie) con l'ausilio di protesi e donne con bimbi avvolti sulla schiena e il silenzio viene spezzato, di tanto in tanto, da urla di dolore provenienti dall'ospedale o raffiche di mitra provenienti dall'esterno.
Un ambulatorio oculistico, nato con la nostra presenza, è il più affollato: in media 80 visite al giorno. Vengono dai posti più disparati, alcuni camminano addirittura 6 ore per arrivare e poi, pazientemente, attendono il loro turno.
Mamme con bimbi avvolti e retti con un telo sulla schiena, anziani che si appoggiano ad un bastone e tanti ragazzi che hanno dovuto abbandonare la scuola per problemi visivi.
Un palcoscenico di colori movimenta l'atrio antistante l'ambulatorio: stoffe colorate usate a mo' di gonne, abbinate in modo assolutamente casuale e stridente, con magliette strappate e sporche e sul capo foulard variopinti. La maggior parte di queste persone non ha le scarpe. Molti necessitano di correzione ottica, alcuni presentano forme inusuali di cheratite; molto diffuse le congiuntiviti allergiche e qualcuno presenta la cataratta bianca prima dei 50 anni. Durante il soggiorno sono stati anche eseguiti due interventi di estrazione di cataratta che hanno reso felice un uomo di soli 50 anni oramai cieco per l'opacità completa della lente. Senza microscopio, senza faco: tutto è relativo!
Un bimbo di 6 anni con retinoblastoma ad estrinsecazione esofitica è stato medicato ogni giorno, in attesa della enucleazione che doveva essere eseguita a breve presso l'ospedale di Bujumbura (la capitale dei Burundi) perché a Bubanza manca l'anestesista.
Dalle 18 in poi il tempo si arrestava fino alle 8 del giorno dopo.
Non si poteva uscire dall'ospedale per il pericolo di sparatorie; gli unici spazi disponibili erano il soggiorno per i sanitari, un giardino tropicale, la casa delle suore, l'ospedale e a pochi passi invece un'altra realtà... l'inferno!
Un luogo lagunoso, pieno di pozzanghere e zanzare, dove sorgono delle tende di plastica verde che ospitano 50 bambini, orfani di entrambi i genitori, di età compresa tra pochi mesi e 10 anni.
Dormono in 5/6 in un letto, in condizioni igieniche disastrose, un unico bagno all'aperto con poca acqua. Tante piccole creature che sembrano espiare i peccati del mondo! A pochi metri, circa 500, c'è la chiesa e poco distante la casa dei Vescovo che rappresenta l'altra faccia della medaglia, quella elegante, lussuosa che si contrappone alla povertà vera.
Un missionario calabrese costituisce riferimento per un popolo che "scorre" lento.
La chiesa è grande e la domenica accoglie tante anime, adulti e bambini, che volgono speranzosi il loro sguardo a Cristo.
I bambini si divertono con poco, guardando una videocamera o facendosi fotografare: come tante formiche ci hanno comicamente assalito un pomeriggio all'uscita di scuola vedendo la macchina fotografica; urla di gioia, tentativi di mettersi in prima fila, con sorrisi smaglianti!
Finalmente qualcosa di nuovo, qualcosa che spezza la monotonia quotidiana.
E in un giorno di pioggia il gioco della pallavolo con K-way arrotolato è stato motivo di svago per i bambini ricoverati: altro che play-station!
Come i piccioni a piazza San Marco che si radunano numerosi ad afferrare le briciole di pane, così i bambini, numerosi, tendono la mano per prendere i biscotti che offriamo.
Una realtà che sottolinea l'essenzialità; un popolo che necessita di tutto: dal pane al vestito, dal farmaco al sostegno morale. E allora proviamo ad aiutare questi uomini a far splendere, in un mondo "nero", un raggio di sole!

Rosalia Sorce

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